VIRTÙ EGOISMO E BEATITUDINE

… <<Già Platone, particolarmente nella Repubblica, insegna espressamente che la virtù dev’essere scelta soltanto per se stessa, anche se vi fossero inevitabilmente connessi miseria e disonore. Ma il Cristianesimo predica ancora di più una virtù totalmente disinteressata, la quale pure venga esercitata non per la ricompensa in una vita dopo la morte, ma del tutto gratuitamente, per Amore di Dio, in quanto le opere non giustificano, ma soltanto la fede, che la virtù accompagna, quasi come proprio unico sintomo, e si presenta perciò del tutto gratuitamente e spontaneamente. Si legga Lutero, De libertate Christiana. Io non voglio assolutamente tener conto degli Indiani, nei cui libri sacri la speranza della ricompensa delle proprie opere è dappertutto presentata come la via dell’oscurità, che non può mai condurre alla beatitudine. Noi, però, troviamo la virtù sposata con la beatitudine. La beatitudine nel sommo bene non deve, invero, essere propriamente il motivo della virtù: essa, propriamente, non è la ricompensa della virtù, bensì un dono involontario, verso il quale la virtù, a lavoro compiuto, tende furtivamente la mano. Ogni virtù che viene in qualche modo praticata per una ricompensa, è fondata su un avveduto, metodico, lungimirante egoismo (si pensi a tal proposito alla morale). Il contenuto del dovere assoluto, la legge fondamentale della ragion pratica, è poi il famoso: <<Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere, al tempo stesso, come principio di una legislazione universale>>. Questo principio dà a colui che esige un regolatore per la propria volontà, il compito di cercarne uno per la volontà di tutti. Ci si domanda allora, come lo si possa trovare. Chiaramente, per scoprire la regola del mio comportamento, non devo considerare me soltanto, ma l’insieme degli individui. Il mio scopo, quindi, anziché il mio benessere, diventa il benessere di tutti, senza distinzione; il quale rimane pur sempre benessere. Io trovo, poi, che tutti possono stare bene, solo quando ognuno pone come limite al proprio egoismo, l’egoismo altrui. Ne consegue, naturalmente, che io non devo recare danno a nessuno, poiché, adottando questo principio come generale, neppure io sono danneggiato, il che è, però, l’unica ragione per la quale io, non possedendo ancora un principio morale, ma cercandolo soltanto, posso auspicarlo come legge universale. Rimane però evidente, in tal modo, che la fonte del principio etico è il desiderio di benessere, cioè l’egoismo. Esso sarebbe ottimo come fondamento della dottrina politica, ma non vale come fondamento dell’etica. Infatti, per la determinazione di un regolatore per la volontà di tutti, proposto in quel principio morale, colui che lo cerca ha necessariamente bisogno, a sua volta di un regolatore, altrimenti tutto sarebbe per lui indifferente. Questo regolatore, però, può essere solamente il proprio egoismo, poiché solo su questo influisce la condotta degli altri, e quindi solo per suo tramite e tenendolo in considerazione, quello può avere una volontà riguardante la condotta altrui, e questa non gli è indifferente…  Non l’azione, ma il compierla volentieri ed in modo disinteressato, l’Amore dal quale essa risulta e senza il quale essa è un’opera morta, costituisce l’aspetto meritorio della stessa. Di conseguenza, anche il Cristianesimo insegna, a ragione, che tutte le opere esteriori sono senza valore, se non nascono da quella sincera disposizione d’animo, consistente nella reale disponibilità e nel puro Amore>>…  ma è pur sempre da un’azione (intesa anche come semplice decisione o scelta), generata dalla libera e meditata volontà che, per opera dello Spirito Santo, si consegue la Beatitudine>>.

Fonte: SCHOPENHAUER, “Il mondo come volontà e rappresentazione” (Appendice, pag. 534-537). © 2011 Newton Compton editori s.r.l. Roma – prima edizione.

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